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I WILL SURVIVE
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iwillsurviveQui e Ora Residenza Teatrale
I WILL SURVIVE

Venerdì 3 aprile 2020, ore 21.00 / Teatro Portland, Via Papiria, Trento

Testo Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli
Con Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli
Regia Marta Dalla Via
Supervisione drammaturgica Diego Dalla Via
Luci Paolo Tizianel
Realizzazione oggetti di scena Marco Amedani
Realizzazione costumi Sofia Rime
Con il supporto di Campo Teatrale
Con il sostegno del MIBAC

Ph Michela Di Savino | Artwork Leonardo Mazzi/neo-studio.it

Nei videogiochi, fino a qualche decennio fa, avevi tre vite. Oggi puoi giocare all'infinito, ma la vita, nella sua essenza, è rimasta quella degli anni ottanta: si muore una volta sola. C'è differenza fra vivere e sopravvivere?

Presentazione spettacolo

"Il mito greco insegna che si combatte sempre contro una parte di sé, quella che si è superata, un antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi.
Chi non ha grandi ripugnanze non combatte".
Cesare Pavese

Sono sopravvissuta al parto, alle cadute dal lettino, ai bulli delle elementari, all'amore non corrisposto delle medie, ad un paio di bocciature, ai fallimenti lavorativi, ad un incidente in autostrada, ad un matrimonio lampo e un divorzio eterno, ad una pericolosa reazione allergica, alla morte dei miei genitori... a quarant'anni questa è la norma. Sono una comune superstite del quotidiano.

Nei videogiochi, fino a qualche decennio fa, avevi tre vite. Tre possibilità per saltare o sparare o girare al momento giusto. Se sbagliavi, servivano altre monete. Oggi il bello dei videogame è che puoi giocare all'infinito e senza andare al bar. Ma la vita, nella sua essenza, è rimasta quella degli anni ottanta: si muore una volta sola. Eppure, con le sue monetine nelle tasche, l'umanità resiste. Combatte, lotta, si dibatte, a volte si lascia vivere, altre viene travolta. E' un'apocalisse mai catastrofica fino in fondo, un disastro continuo e patinato nonostante i soldi che mancano, i figli adolescenti, la casa che non c'è o costa troppo, il lavoro che consuma, il corpo che va a pezzi e non sai più come tenerlo insieme.

C'è differenza fra vivere e sopravvivere?

 
BARTLEBY
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bartTeatro Invito – coproduzione Teatro della Cooperativa
BARTLEBY

Venerdì 20 marzo 2020, ore 21.00 / Teatro Portland, Via Papiria, Trento

Di Herman Melville
traduzione Luca Radaelli
con Luca Radaelli e Gabriele Vollaro
regia e scenografia Renato Sarti
luci e tecnica Graziano Venturuzzo e Davide Scaccianoce
musiche Carlo Boccadoro
illustrazione e grafica Roberto Abbiati
Selezione NEXT2018

Foto di Laila Pozzo

Uno spettacolo che racconta il contrasto tra la vita frenetica e rampante incarnata da Wall Street e Bartleby, un personaggio che si rifiuta di svolgere le mansioni lavorative che il suo principale gli affida, finendo a poco a poco col rifiutarsi di vivere.

Presentazione spettacolo

Herman Melville è uno dei massimi scrittori di tutti i tempi. In Italia tale grandezza non è stata riconosciuta appieno: solo Moby Dick ha acquisito una certa fama, dovuta più al film o alle riduzioni per ragazzi che alla lettura integrale del romanzo, eppure opere come Taipi, Benito Cereno e soprattutto Billy Budd sono ormai considerate classici.

Di questi romanzi brevi il più particolare e discusso è Bartleby, lo scrivano (1853), considerato un precursore dell'esistenzialismo e della letteratura dell'assurdo. Anticipatore di Kafka e Camus, ispirato a Dickens o alle filosofie orientali, è uno dei testi più elusivi e affascinanti della Storia della Letteratura.

Ambientato a Wall Street, descrive il contrasto tra la vita frenetica, rampante, votata al denaro e alla produttività, incarnata dalla city newyorchese e Bartleby, un personaggio che si rifiuta di svolgere le mansioni lavorative che il suo principale gli affida, finendo a poco a poco col rifiutarsi di fare alcunché, financo di vivere.

Questa opposizione, così radicale, a un mondo positivista e pragmatico viene descritta dall'esterrefatto datore di lavoro: un pacifico avvocato che cura gli interessi di danarosi clienti, ma che prova una strana attrazione mista a compassione e desiderio di scoprire quale mistero si celi dietro al rifiuto sempre più reciso di Bartleby.

Il desiderio di Bartleby di affrancarsi dalla schiavitù del lavoro, e di un lavoro alienato come quello di copista, anche a costo della sua stessa vita, lo rende un personaggio oltremodo moderno, una sorta di working class hero: un eroe solitario che si batte con pervicacia donchisciottesca contro il Moloch del capitalismo internazionale.

Altrettanto interessante è l'antagonista/narratore: l'avvocato che cerca in tutti i modi di capire, senza riuscirci, la protesta dello scrivano. Il lavoro di scavo delle ragioni dell'altro, la pietà cristiana, l'indignazione, l'autoanalisi spietata anche dei sentimenti meno nobili che prendono il sopravvento in una simile vicenda rendono l'avvocato umanissimo e fanno sì che il lettore si immedesimi negli sforzi del principale.

L'idea di trasporre il testo per il teatro è venuta naturalmente: Bartleby è una narrazione fatta in prima persona dal personaggio dell'avvocato, una soggettiva attraverso la quale vivono gli altri personaggi: i tre dipendenti, i vicini di casa, il secondino, e naturalmente lo scrivano.
È una narrazione sul filo dell'ironia, a tratti persino comica, che ci prende per mano e ci conduce su un sentiero sempre più stretto, alla fine del quale ci ritroveremo sull'orlo di un abisso.
L'avvocato si sente in colpa, si domanda se ha fatto tutto quello che poteva per salvare Bartleby e gli spettatori si immedesimano, condividono la colpa, sentono il peso della loro inadeguatezza rispetto all'irruzione del diverso, del dropout, dell'emarginato.
Noi sentiamo affiorare gli stessi desideri, le stesse domande ogni qualvolta ci imbattiamo in un immigrato, in un accattone, in un malato di mente. Perché Bartleby è l'Umanità intera. Salvare Bartleby è l'impresa ardua, il grande fardello che ognuno di noi ha sulla coscienza.

 
HUMANA
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humanaElementare Teatro
HUMANA

Venerdì 6 marzo 2020, ore 21.00 / Teatro Portland, Via Papiria, Trento

Testo e regia Carolina De La Calle Casanova
assistente alla regia Elisa Campoverde
con Marco Ottolini e Federico Vivaldi
scenografie e scene Ilaria Bassoli e Davide Vivaldi
musiche originali Marcello Gori
coreografie Lara Guidetti
light Designer Luna Mariotti
costumi Sara Gazzini
promozione e comunicazione Arianna Mosca
Produzione Elementare Teatro
Co-produzione Compagnia CampoverdeOttolini
Con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento
In collaborazione con Istituto Pavoniano Artigianelli di Trento

Humana, nuovo regime sociale, progetta il futuro della razza: eliminare la malattia, prima ancora che arrivi la possibilità della morte, eliminando il diritto alla cura. Tuo fratello è malato, cosa faresti?

Presentazione spettacolo

Humana vi accoglie.
Humana accetta il vostro dono.

#HUMANA# è il nome del governo di un futuro prossimo, il nuovo regime sociale e politico il cui obbiettivo principale è la purificazione della razza umana occidentale.
Per Humana la malattia non è e non deve essere un problema dell'uomo e della comunità.
La sofferenza fisica e psichica, le spese che gravano sulla collettività per la Sanità Pubblica, il potere delle case Farmaceutiche e le loro leggi di mercato, gli istituti di cura, gli ospedali, le cliniche private devono essere abolite. L'unico modo per bonificare la razza è eliminare la malattia alla base, prima ancora che arrivi la possibilità della morte, eliminando il diritto alla cura.
Chiunque s'ammali può usare il Kit del Trapasso o presentarsi in uno degli Istituti di Congedo e andare nella Stanza del Dono per compiere il viaggio definitivo. Un gesto necessario al fine di migliorare la razza, allo scopo di porre fine all'inutile dolore e debolezza umana.
Humana provvederà all'ultimo desiderio, Humana provvederà al premio economico alla famiglia, Humana provvederà all'assistenza necessaria. Tuttavia, colui che sarà disobbediente e non seguirà la procedura sarà punito severamente.
La famiglia di Luca e Alberto è una famiglia modello di militanti Humana. Fedeli fino all'ultimo, obbedienti senza precedenti. Da loro non possiamo aspettarci che un esempio ammirevole, un gesto eclatante.

 
NOI, ROBOT - Cosa vuol dire Essere Umano?
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noirobotArditodesìo
NOI, ROBOT - Cosa vuol dire Essere Umano?

Venerdì 7 febbraio 2020, ore 21.00 / Teatro Portland, Via Papiria, Trento

Drammaturgia Andrea Brunello
con Laura Anzani e Andrea Brunello
Regia Chiara Benedetti e Andrea Brunello
luci Federica Rigon
video Valerio Oss
consulenza musicale Enrico Merlin
supervisione sugli aspetti filosofici Enrico Piergiacomi
ringraziamento particolare a Caterina Freda
In collaborazione con il Laboratorio di Comunicazione delle Scienze Fisiche del Dipartimento di Fisica dell'Università degli Studi di Trento.

Foto di MoniQue

Ispirato all'Uomo Bicentenario e altri lavori di Isaac Asimov,

Presentazione spettacolo

Nell'Uomo Bicentenario il grande visionario Isaac Asimov descrive un robot umanoide che desidera diventare umano. Ma i suoi desideri non possono realizzarsi a causa della sua stessa natura, prima di tutto per via della sua mancanza di mortalità. Nonostante questo il robot mostra le caratteristiche di un buon essere umano: prova compassione, è creativo, ha desideri e può provare dolore... forse "esso" può diventare un "lui"?
Noi, Robot tocca il tema di cosa voglia dire essere umano e cosa sia l'amore nell'era delle Macchine Pensanti. Lo spettacolo indaga la possibile connessione fra il nostro cervello e quello delle macchine e prova che la relazione fra due "individui", uno umano e l'altro macchina , non è affatto semplice e può portare a dei paradossi insormontabili.
Questa nuova produzione JPT esplora in maniera attenta e precisa il nostro organo più meraviglioso, il cervello, e allo stesso tempo vuole capire dove sta andando il campo dell'Intelligenza Artificiale, come si stanno evolvendo i nostri "cervelli" artificiali? Lo spettacolo fa anche riferimento all'altro "cervello collettivo" che ci comprende, l'Universo, visto come un sistema complesso per molti versi simile al cervello umano (a partire dal fatto molto curioso che ci sono circa 100 miliardi di neuroni nel cervello umano e circa 100 miliardi di galassie nell'Universo che riusciamo ad osservare!).

 
MARE MORTO
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maremortoOfficina Teatro
MARE MORTO

Venerdì 24 gennaio 2020, ore 21.00 / Teatro Portland, Via Papiria, Trento

Drammaturgia e Regia Simone Gandolfo
Assistente alla regia Ylenia Santo
Interprete Mirko D'Urso
Tecnica Fabio Alia
Light Designer Manuel Stefanolo
Audio Matteo Curallo
Produzione Officina Teatro

Foto di Giorgia Panzera

Spettacolo che nasce dalla necessità di Mirko D'Urso di raccontare la tragedia dei migranti che affrontano il mar Mediterraneo con la speranza di un futuro migliore o, se non altro, meno devastante.
Perché quello che non si sa, è che negli ultimi quattro anni, più di quattromila persone, hanno perso la vita in questo mare che, se un tempo era sinonimo di bellezza e di vita, oggi per molti rappresenta solo un mare di morte.

Presentazione spettacolo

In un indefinito punto del Mediterraneo Centrale un uomo alla deriva su un piccolo gommone osserva immobile il sole al tramonto tuffarsi nel mare. Accanto a lui, in mezzo ai resti di un naufragio, c'è un piccolo fagotto di stracci. L'uomo si chiama Malik e nel fagotto c'è sua figlia neonata: Anele.
La madre, Sheba, è morta su una spiaggia qualsiasi del Golfo della Sirte, circa settantadue ore prima. Non è morta di parto, no... E' morta falciata da una raffica di AK- 47 sparata ad altezza uomo per persuadere la marea umana a salire sui gommoni.
Malik si guarda intorno, intona una dolce ninna nanna mentre rovista fra le molte bottiglie di plastica alla ricerca di acqua dolce. Sembrano tutte vuote. La ricerca si fa sempre più frenetica e la ninna nanna si trasforma in un lamento straziante a cui si mischia il pianto di Anele, in un crescendo di rabbia impotente Malik si rivolge direttamente a Dio: preghiere, domande, minacce e avvertimenti eruttano in morsi di parole ringhiate.
Improvvisamente Malik si ferma, il suo sguardo come schiaffeggiato, si volta verso la prua del gommone, un riflesso attira la sua attenzione ed istintivamente si lancia in quella direzione con la furia cieca della disperazione. Le sue mani ghermiscono una bottiglia di plastica mezza piena: 75 cl di acqua da bere, significa altre dodici ore di vita per lui e per sua figlia; sempre che riescano a combattere l'ipotermia.

Malik si schiarisce la voce e rivolgendosi a volte alla figlia, a volte perdendosi nei ricordi che, evocati, prendono vita davanti ai suoi occhi; comincia a raccontare la storia di Sheba e del loro amore.
Il flusso dei pensieri di Malik scorre libero, sono tracce di memoria fresca. Il racconto di Malik è costellato di fatti orribili: abusi, privazioni, violenze, torture.
Il racconto procede alternando una narrazione dettagliata e cruda dei fatti, a momenti in cui Malik si rivolge direttamente alla figlia perdendosi in una saggezza che solo chi è così vicino alla morte può sperimentare.
L'acqua è finita, l'alba non è ancora arrivata ed il sonno, che annuncia l'ipotermia, sta avendo la meglio. Malik ormai straparla, i momenti di lucidità sono isole in un flusso di coscienza vomitato a singhiozzi soffocati... Improvvisamente, quando proprio tutto sembra perduto, un faro in lontananza squarcia il cupo grembo della notte; Malik ci mette un attimo ad accorgersi che non è un'allucinazione, poi inizia a sbracciarsi, si fruga rapidamente addosso e trova una torcia di segnalazione. La voce distorta da un megafono gli arriva lontano: "we are Italian Cost Guard, we are here to rescue..."
Malik abbassa lo sguardo sul fagotto che ha poggiato in grembo:
- Anele, svegliati amore mio, siamo salvi!!! - ....... - Anele! Anele svegliati!!!!! -
Mentre la luce della motovedetta della Guardia Costiera italiana si avvicina sempre di più diventando accecante, la consapevolezza dell'inevitabile morde la carne di Malik e il nome di sua figlia diventa un urlo di dolore primordiale che si perde in un mare di luce...

 
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